Dove intende portarci il nostro caro Donald?
Cosa dobbiamo aspettarci da qui a qualche giorno, il 20 Gennaio 2025, giorno del suo insediamento e giuramento in qualità di 47° Presidente degli Stati Uniti d’America ?
Sono tante e variegate le aspettative da parte dei vari attori, interlocutori, governi e governanti sparsi un po’ su tutto il pianeta.
Tutto ciò nonostante il “Presidente Eletto” non sia nuovo a questo ruolo e tutta l’umanità abbia avuto modo di conoscere i pregi ed i difetti nei suoi primi anni di “regno” dal 2016 al 2020.
Anni culminati con i tragici eventi di Capitol Hill.
Certo gli scenari rispetto al Donald 1° sono particolarmente cambiati.
In mezzo c’è stata una pandemia che ha sconvolto l’umanità e sulle cui metodologie con le quali venne affrontata il neo Presidente intende fare chiarezza mediante la nomina a capo del ministero della Salute di un personaggio intransigente e “castiga big pharma”come Robert Kennedy Jr.
Senza parlare del conflitto russo-ucraino che sta giungendo al suo terzo anno con decine di migliaia di morti su entrambi i fronti rappresentati da due Paesi “cristiani” ed “europei” a due ore di aereo dalle nostre case.
In questo ambito il “vecchio” Donald ha già fatto capire che è ora di farla finita e che l’America non intende più fare da balia all’Europa indecisa, immatura, incapace di fare scelte comuni e non in grado di mettere mano al proprio portafoglio, ma sempre in attesa che ci pensi lo Zio Sam.
Per quanto ovvio il drammatico quadro geopolitico non finisce all’Est del vecchio continente.
Altri complessi scacchieri risultano di ardua e difficile soluzione in Medio Oriente, tra Israele e Palestina, in Libano e, non ultimo, in Siria.
Insomma, più che mai un mondo in fibrillazione, nel quale sono sempre tenute sottovoce, se non totalmente sopite, le istanze e difficoltà provenienti dal continente africano dove centinaia di milioni di esseri umani vivono in condizioni estremamente precarie tra guerre, carestie, malattie, dittature sanguinarie ed altri obbrobri di simil genere.
Questo mondo, per noi occidentali, europei, ed italiani in particolare, è quello che bussa alle nostre porte.
Non serve adottare la politica dello struzzo che mette la testa sotto la sabbia. Meglio sarebbe ripiegare su una saggia politica di convergenza europea volta a soccorrere ed aiutare queste popolazioni là dove esse vivono.
Ma, si sa; quante migliaia di riunioni, meetings, incontri sono già stati fatti ed organizzati su questi argomenti senza mai giungere ad una apprezzabile “concertazione” di intenti e azioni da perseguire.
Per cui il nostro Trump si trova a che fare con un mondo probabilmente ancora più complesso di quello che lasciò quando salutò per la prima volta la Casa Bianca nel 2020.
Del resto il buon Donald non intende erigersi a salvatore del mondo, né dell’umanità.
L’ha sempre chiaramente espresso. Il suo motto era ed è “M.A.G.A” = Make America Great Again, ovvero rifacciamo grande l’America.
Il suo sguardo, le sue attenzioni, i suoi sforzi, sono e saranno prevalentemente indirizzati sul fronte interno pur con la consapevolezza di giocare la partita su una piattaforma “globale”.
Comunque prima, assolutamente prima di tutto e di tutti ci sono gli Stati Uniti d’America.
Ciò ha notevoli implicazioni anche e soprattutto sul fronte economico domestico ed internazionale. Ci coinvolge pienamente in qualità di cittadini di questo pianeta, nonché ovviamente in qualità di investitori.
I punti chiave del programma elettorale di Donald Trump, ampiamente e dettagliatamente illustrati durante una delle più combattute campagne presidenziali americane, pongono in evidenza, sul piano economico, un’importante volontà di ritorno all’americanizzazione dell’economia.
Ciò mediante un forte indirizzamento di fondi pubblici verso l’economia reale, sotto forma di infrastrutture e potenziamento della capacità manifatturiera interna attraverso l’enfatizzazione della rilocalizzazione di una consistente serie di produzioni traslocate all’estero (leggi Messico) negli anni precedenti.
Quanto sopra anche mediante l’incentivazione di ingenti programmi di spesa pubblica, deregolamentazione, nonché mediante una serie di incentivi fiscali e tagli alle tasse, nello specifico di quelle gravanti sui lavoratori, ridando con questo, fiducia e potere d’acquisto ai meno abbienti e alla classe media.
In poche parole, fornendo propellente ai consumi e, di conseguenza, alla crescita economica.
Oltre ai già non indifferenti poteri a livello personale di cui dispone il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump trova una strada favorevolmente spianata all’applicazione delle sue scelte e decisioni, dal fatto che entrambi i rami del Parlamento, Camera e Senato, sono a maggioranza repubblicani.
Uno dei, se non “il” fattore chiave della robusta crescita economica prevista negli USA nel 2025, ed anche in prospettiva l’anno successivo, risiede nell’alto livello tecnologico di cui si avvalgono le differenti componenti della catena produttiva.
Per fare un esempio, la produttività del lavoro negli USA è attualmente superiore del 25% a quella Europea. Questa differenza era soltanto del 5% nel 2022.
Questo risultato è stato possibile grazie all’implementazione di metodologie applicative altamente tecnologiche ai diversi processi produttivi, non ultimo mediante l’introduzione dell’Intelligenza Artificiale (AI).
Per quanto sopra espresso il PIL Americano nell’anno appena iniziato dovrebbe assestarsi intorno al 2% per migliorare ulteriormente nel 2026 verso il 2,6%.
Sul nostro lato dell’Atlantico per contro, il vecchio continente dovrebbe ascriversi una crescita della ricchezza ben più contenuta, nell’ordine dello 0,9%, nonostante un mercato del lavoro robusto, un potenziale aumento dei salari reali e presumibili ulteriori diminuzioni dei tassi di interesse da parte della BCE.
All’Europa manca evidentemente il coraggio di dar corso a grossi investimenti in infrastrutture a livello continentale che possono esclusivamente svilupparsi all’interno di politiche uniformi e solidali tra i ventisette Stati, indubbiamente supportate da un debito pubblico comune ancora lungi dall’essere considerato in particolare da quei Paesi (vedasi Germania) che proprio in questo contesto storico, soffrono più di altri a causa della loro scarsa lungimiranza.
Un’Europa troppo “politica”, eccessivamente ideologizzata e palazzinara, intrisa di burocratismi che inceppano, anziché agevolare,
l’adeguato avanzamento verso coerenti visioni futuristiche per un forte sviluppo della propria industria e l’incentivazione della tecnologia.
Ciò nonostante anche il mercato azionario europeo potrebbe riservare interessanti margini di crescita ove si consideri l’obiettiva forza di molte aziende continentali ed il fatto che i valori dello Stoxx Europe 600 sono rimasti indietro rispetto al mercato USA in termini di utili aziendali.
Progressi, in termini di risultati positivi aziendali, potrebbero provenire dai settori finanziario ed industriale.
Con questo è comunque inevitabile ribadire che il confronto tra i due grandi blocchi partner ed alleati occidentali, vede gli Stati Uniti, decisamente avvantaggiati rispetto all’Europa, per le ragioni che si è cercato di esplicitare in precedenza.
Non ci resta che augurare a Donald un buon lavoro, auspicandoci che, con l’intento di fare l’America nuovamente grande, non intenda “mortificare” la vecchia Signora Europa magari infliggendole dei dazi di cui in questo momento non ha proprio bisogno.
Resto per altro convinta che, seppur spinto dallo spirito di quanto garantito in campagna elettorale agli americani, il Presidente Trump, come del resto i suoi predecessori, non passa fare a meno di considerare l’Europa, e l’Unione Europea nello specifico, come un pur sempre affidabile interlocutore con il quale, al di là dei numeri insiti nella diatriba economica, si condividono interessi strategici fondamentali, difesa, cultura e solidi storici ed inscindibili legami.